Paesaggi dell'anima - di Matteo Galbiati

Luca  Bonfanti
Paesaggi dell'anima
di Matteo Galbiati

Spesso ci sono anime diverse che si agitano nei pensieri degli artisti e ne guidano prima l’idea e poi la realizzazione delle opere. Anime che, in taluni, si legano così strettamente all’eclettismo e all’umore naturale, alla dimensione più propriamente umana e sentimentale del loro esecutore, che diventano inscindibili dal suo carattere e dal suo sentire. In loro rimane sottoposta ad un controllo più accurato la dimensione intellettuale – quella che vede prevalere un freddo ragionamento e una rigida progettualità del fare – che denota, invece, il lavoro di altri. Non c’è certamente più o meno impegno in una o nell’altra via, il merito delle opere non si misura infatti secondo le scelte operate dall’artista, ma va sempre posto nella dimensione della forza espressiva che ciascuna vocazione comporta e produce nei suoi risultati e nella sua coerenza.
In Luca Bonfanti prevale un eclettismo umorale che lo ha spinto da sempre a cercare proprio nell’arte il mezzo naturale col quale riuscire ad esternare e riproporre la traccia, il seme visivo, dell’urgenza del suo desiderio di dire e darsi nelle opere. In lui c’è proprio questa tensione al rendere manifesto ciò che irrompe nel profondo del suo spirito e a restituirlo nell’essenza delle sue opere.
La storia di ogni artista comincia da lontano e anche la sua ha mosso i primi passi molto tempo fa, da autodidatta, formandosi secondo la vecchia scuola, con la frequentazione gli studi di artisti e lavorando con loro, apprendendo tecniche ed esperienze lontano da teorizzazioni ed accademismi che, a volte, sono sterili e portano a ripetuti manierismi. Luca Bonfanti ha sempre cercato di scrutare, e continua a perseguire questa strada, le cose nel mondo, nella realtà del loro verificarsi e questa impostazione gli ha dato modo di accostarsi a tecniche e stili diversi, ma sempre inquadrabili nel registro di quel suo eclettismo inventivo e dirompente. In questo senso gli è stata congeniale la scelta di ricorrere, all’inizio del suo percorso artistico, alla tecnica fotografica con la quale aveva a disposizione un mezzo di registrazione e modulazione di immagini che fissavano l’esattezza puntuale di attimi, luoghi e persone che, in quel momento particolare potevano conferire il senso del suo vissuto in ciascuna circostanza specifica. Matura così una fotografia quasi reportagistica, fatta d’immagini irreprensibili e formalmente corrette che gli permettono di andare, scatto dopo scatto, al cuore del suo guardare. Il carattere della sua fotografia cresce e si completa perfezionandosi anno dopo anno, soggetto dopo soggetto e in questa fase comprende l’interesse di voler restituire, nella voce della sua arte un’altra tensione. Quello che si stava delineando era l’orizzonte della sua ricerca: iniziava a cercare un’embrionale visione poetica di un paesaggio che tentasse di trascendere l’esperienza reale e individuale la cui retorica, ostentata e forzata, doveva essere superata e vinta, proprio perché limitante, per svelare invece la libertà di immedesimazione e identificazione nello sguardo e nella mente dell’altro. Bonfanti rende matura la sua arte con la consapevolezza dell’apertura e della condivisione di un sentire collegiale che nell’opera mostrasse la propria forza e capacità di farsi narrazione ed esperienza.
Questo profilarsi di un campo più vasto ha comportato un comprensibile smarrimento: la fotografia, che si era inquadrata come mezzo ipertrofico e avido d’immagini, paradossalmente non bastava più. La prolificazione degli scatti ha fatto emergere quell’anima attenta e poeticamente più sensibile che non si faceva bastare la compiutezza formale di una foto quale strumento adatto e bastante a contenere e inquadrare il visibile, perché sotto, rimaste quasi taciute, ribollivano ancora le tensioni vive dell’invisibile del sentire. La materia reale necessitava un’azione diretta e energica, non mediata dal limite tecnico-strumentale della macchina fotografica. Bonfanti inizia il suo nuovo percorso accostandosi alla scultura e alla pittura. Se con la prima esaurisce presto il suo interesse nella seconda trova invece il suo vero campo d’azione. Ne deriva una notevole serie di dipinti in cui il colore e le forme s’imprimono con la determinazione della ricerca e della sperimentazione del soggetto: cerca nel lavoro insistito sul colore il mezzo ora più solidamente confacente e correttamente rispondente alle sue intenzioni.
I primi dipinti risentono dell’entusiasmo di questa scoperta e, in maniera troppo forzata, riflettono sulle posizioni di uno spazialismo informale il cui limite stava proprio nell’essere superato dai precedenti storici. Si rende conto della pericolosa deviazione che avrebbe potuto prendere il suo lavoro e ancora si mette in discussione non nella chiusura riflessiva delle cogitazioni meditabonde ed evasive, ma lavorando alacremente sul tessuto cromatico che per lui stava diventando l’unica strada percorribile. Giunge quindi all’ultima fase delle sue opere in cui pulisce le forme, assottiglia le linee, ingentilisce gli spigoli e distende il colore in superfici uniformi. Questo non significa che ha rinunciato alla molteplicità delle anime che ne spingono lo spirito creativo, anzi, in questo momento sintetizza tutto il suo percorso e lo proietta nella maturità del suo sviluppo. Comprende che l’energia vigorosa può risolverla con efficacia rendendola vibrazione sotterranea da scoprire. Se l’emotività istintiva era dichiarata sfacciatamente in tutta la sua prepotenza, ora quello stesso ardore rimane dominato e nella pacatezza delle stesure dirompe deflagrando nell’interiorizzazione che l’osservatore fa di ogni nuova opera. Il tempo di assimilazione si fa detonatore delle potenzialità poetiche dei dipinti e ne amplificano, con l’avvenuta elaborazione nella sensibilità dell’altro, la comprensione senza disperderne il senso in maniera rutilante. Nel controllo e nella misura del suo dipingere, che si fa lento e accorto, trova il modo corretto per ammansire l’entusiasmo del suo raccontarsi che da dispersivo – nel senso eclettico del termine – diventa sempre più garbato ed efficace nel trasmettere l’impegno e la potenza dei suoi contenuti trasferendosi all’altro che li osserva.
La sua pittura approda in questi termini all’ultima sua fase, aperta alla crescita nel futuro, in cui il colore si traccia come atmosfera satura di impressioni ed esperienze in cui ogni oggetto pare sparire (o affiorare) in una monocromia sempre più emergente che lascia dissolvere, assorbendoli, i profili e i confini delle cose. Il colore, nel suo impasto e tessiture, nelle modulazioni, nei passaggi tonali e negli ispessimenti, individua il giusto gradiente col quale definire lo spazio di un paesaggio infinito. Nello spazio di questo colore che, dilatato sempre di più oltre i suoi stessi orizzonti, emergere l’irrequietezza dell’idea e dell’esistenza. Luca Bonfanti crea il paesaggio in cui far muovere e trovare i riscontri emotivi del sentire e del vedere. Un paesaggio che si fa invisibile, non perché sparisca davanti agli occhi, ma perché si vive nel profondo dell’anima. Ma questa rimane una storia che lui sa di dover ancora scrivere.