Matteo Galbiati scrive per il tour " Il vecchio e il giovane"

Il vecchio e il giovane: un confronto nella reciprocità d’intenti.
L’esperienza peculiare di Milo, Luca Bonfanti e Marcello Rossetti.

Il ricorso agli attributi di vecchio e giovane nel mondo dell’arte non è un fatto assolutamente inusuale. Anzi, appartiene ad una lunga tradizione del passato distinguere in questo modo le ricerche e le pratiche pittoriche tra padre e figlio o tra membri della stessa famiglia che, oltre al nome, si tramandavano anche le arti e i mestieri. Gli esempi non mancano di certo: Palma il Vecchio e Palma il Giovane; così vale per Pieter Brueghel o Lucas Cranach e via scorrendo tutti gli altri. Allora la distinzione veniva prevalentemente utilizzata per identificare, in modo inequivocabile, uno o l’altro autore omonimo, ma implicitamente si veniva a porre l’accento anche sul salto generazionale che si verificava, tanto per l’età anagrafica quanto nella modalità espressiva artistica.

Ci vuole una buona dose di coraggio e di apertura mentale per proporre oggi questa distinzione quale titolo per una mostra – anzi per un tour pluriennale di mostre – che vede contrapporsi, nel confronto dialogante, due artisti di differente estrazione e formazione oltre che, per l’appunto, di età. Ci vuole coraggio oggi quando, tanto l’attributo di vecchio quanto quello di giovane, assumono sfumature pregiudizialmente negative o accentazioni fuorvianti: il primo si applica per screditare qualcosa che viene visto come ormai tristemente obsoleto e superato, trascurandone tutta l’esperienza e i vari gradi di conoscenza; mentre il secondo, all’opposto, connota una atteggiamento arrogante di chi, forse sentendosi maturo, soffoca le aspirazioni che uno spirito giovane muove con tutto il brio e la freschezza di una forza dinamica e propositiva. È un fatto socialmente ormai acclarato che il dialogo intergenerazionale sia ad un punto morto. Non ci sono passaggi di consegne, aperture allo scambio. Si è spento nel generale clima di sfiducia e negatività. Sarà forse per questo modo sbagliato di pensare e per questo atteggiamento di adeguamento silente che forse oggi le idee sono imbavagliate in uno stato di stagnazione permanente?

Forse hanno, con l’inconsapevole lucidità visionaria e premonitrice tipica degli artisti, pensato a qualcosa di programmatico Milo e Luca Bonfanti nello scegliere, per il ciclo di esposizioni che li attende, proprio questo titolo: il vecchio e il giovane. Cercano di proporre, nella visione delle loro opere, quell’autonoma ed individuale reciprocità, esperienziale e dialettica, di cui la nostra epoca pare invece essersi proprio dimenticata.

Lavorando ciascuno nel suo studio e dialogando sui contenuti del progetto, i due artisti hanno davvero audacemente posto l’attenzione sul senso profondo dello scambio e del confronto di idee. Oggi quando la situazione attuale, come non mai prima, ce lo dovrebbe imporre invece che sopirlo. Forse può l’arte, nell’esempio felicemente riuscito di Milo e Bonfanti, tornare ad essere uno stimolo che dimostri la possibilità di presentare differenti sensibilità, misure e soluzioni del mondo. Senza gerarchie, senza pregiudiziali, ma con un paritario spirito di comprensione.

I due artisti – non si può non ribadire, sottolineandolo ed evidenziandolo, questo concetto – si sono cimentati in un’impresa davvero inusuale per il sistema dell’arte odierno, impegnandosi in un progetto che pone come base fondante la collaborazione e la condivisione. Presupposti questi che gli artisti odierni, di qualunque generazione, fatte le opportune e inevitabili eccezioni, sembrano trascurare e/o non comprendere, prigionieri del desiderio di affermazione e successo. L’arte oggi è troppo spesso identificata con un arrivismo egoista. È una vile e bieca speculazione mercantilistica di rampanti arrampicatori ed è vittima della superficiale ignoranza e incompetenza dei suoi stessi operatori a vario livello impegnati. L’arte si schiavizza continuamente, piegata sotto le parlantine deliranti di venditori e dealers, le proposte di artisti tracotanti e i testi boriosi di critici ruffiani e lenoni. Purtroppo un proliferare sconsolante di esempi in tal senso non ci manca. La voce dell’arte pare esiliata nella prigione dorata del castello di carte costruito dal suo stesso sistema. Ma dove finisce il rapporto con la poesia e il rispetto delle visioni nel contenuto sommerso della superficie dell’opera d’arte. Può essere l’opera d’arte solo un semplice oggetto cui si applica un’aura speciale – di forma più che di contenuto – vittima e schiavo di assurdi parametri e coefficienti demenziali?

Tornando alla collaborazione e alla condivisione, immaginiamo come questi siano utili nell’avvicinare chi crede ancora fermamente in quella visionarietà unica e singolare, quiescente sotto la superficie dermica del manufatto artistico, senza distinzione tra pittura, scultura, fotografia, video… È questo senso del vedere oltre il valore cardine, l’anima silenziosa che vive all’interno di poetiche, ricerche e congetture e che ravviva studi e laboratori di molti artisti.

Nel silenzio, negli spazi nascosti e meno visibili del circuito artistico rimangono ancora gli artisti veri, quelli che, con una lucida e disincantata visione del mondo, restituiscono all’arte la sua speranza migliore. Sono quelli che considerano ancora la poesia, il mistero dell’in-dicibile che il pensare artistico, senza troppi compromessi, contempla e si sforzano in un impegno che ridia una misura etica ed estetica all’incanto che l’arte stessa produce. Provano a trovare ancora quella misura incontenibile di emozioni e sentimenti che a stento si trattengono entro quel limen – cui acutamente e con lungimiranza parla Ilaria Bignotti nel suo testo critico nel presente catalogo – che ciascuna opera descrive offrendolo allo spazio intimo o pubblico dello sguardo.

Ci provano, quindi, nel loro piccolo Milo e Luca Bonfanti a ridestare il vivificante respiro dello sguardo cimentandosi nell’impresa di questa mostra migrante, in cui due mondi, apparentemente opposti per linguaggi e soluzioni formali, ma reciproci nell’unità di intenti, tentano ancora di affermarne l’emozione. Sì tutto avviene ancora lì sulla tela nell’aggrovigliato miscuglio di forme e colori, quando, sotto i fendenti del pennello, i due artisti cercano di fissare, dopo averla catturata e interiorizzata, la volontà di restituire il proprio sentire e di applicarlo, suscitando magari diverse razioni, all’altro che è l’osservatore.

Il duo Milo-Bonfanti ha scelto una strada ancora più particolare perché le trenta opere, che ciascuno ha indipendentemente realizzato dall’altro, trovano un fattore di convergente complementarietà affiancandosi a trenta poesie dello scrittore Marcello Rossetti. I versi del poeta ispirano e animano il pensiero dei due pittori e li inducono a cercare o ad instaurare l’eventualità di specifiche corrispondenze. Dipinto e parola scritta diventano mezzo di un reciproco potenziamento mostrando un peculiare e avvincente intreccio e scambio tra arti visive e letteratura. La parola scritta, evocativa di per sé di un campionario libero di immagini, incrocia una sua interpretazione nelle forme-figure che Milo e Bonfanti traducono nelle tele, facendole emergere dal profondo del loro animo. La triangolazione tra poema e i dipinti dei due artisti induce ad una costante revisione, per chi osserva, dell’idea stessa di deduzione visiva che l’iconografiche inventa nel corpo immaginifico del testo scritto e della forma e sostanza dei colori delle superfici pittoriche. Il primato della mostra sta nell’accentuare quel segno-senso di apertura alle ipotesi sempre ulteriori che l’arte consegna al mondo.

Nel considerevole sforzo compiuto, è criticamente significato verificare come gli animi di Milo e Bonfanti riescano tanto a trovare, in alcune liriche, forti punti di contatto, quanto, in altre, le spinte emotive siano divergenti. Il diverso grado di maturità, di consapevolezza, di desiderio del fare e dello scoprire maturano il modo di affrontare questo percorso ed è l’indice per sottolineare le singolarità fondanti del loro essere artisti.

Milo ci ha abituati, nel corso della sua lunga carriera, ad una pittura plastica – non per nulla è anche scultore – fatta di accenti cromatici che si presentano vivi ed intensi. I suoi guizzi tonali, contrastanti e brillanti, rimandano ad una tradizione novecentista molto evidente, in cui le sembianze figurali della rappresentazione dialogano anche apertamente con segni dalle fattezze più astratte, fatte di sprazzi luminosi e formali, che aprono ad una trascendente re-visione dell’immagine cui si legano. Tutto viene potenziato ed esaltato da una surrealistica sottolineatura delle forme, grazie al ricorso di una vivacità fortemente incisiva. Vivacità che si radica ben oltre la superficie del dipinto e affonda il suo nervo nel profondo dello spirito e della storia, comune ad una certa tradizione mediterranea, alla quale l’immaginario dell’artista fa riferimento. I modelli figurali di Milo si animano di cromie vigorose e scattanti, enfatizzate dalla potenza sferzante del suo segno e del suo tratto. Un modo, il suo, di riconoscersi e di porsi non solo nei confronti dell’arte ma anche della vita. Una pittura che, come si conviene, molto ci dice dell’animo del suo esecutore.

Per contro vediamo, in Luca Bonfanti, muoversi un colore che si smorza nei toni, diventa più chiuso, introspettivo: la sua scelta si orienta verso un’astrazione cromatica che tende a risolversi e a spingersi verso aree dalla monocromia estesa. Il colore si concentra su se stesso e sulla sua corporeità, in cui fanno comunque la comparsa isole dalle fattezze più geometrizzanti che assolvona alla funzione di organuli aggreganti di senso plastico, ricordo di un lavoro sulla materia condotto nelle precedenti opere scultoree (la scultura è un punto di contatto con Milo!). Il colore diviene l’unico rivelatore di sentimenti e passioni, vissuti e leggibili sulla tensione superficiale delle tonalità. Bonfanti si adopera nel ritrovare la complessità della materia con cui lavora mostrandola eterea ed atmosferica. Questa leggerezza e sospensione non si spengono, però, mai in una superficialità esecutiva, al contrario, danno sempre seguito ad un continuo ribollire emozionale. Il suo colore, concentrato, risolto e risoluto, si rinvigorisce delle sue minime variazioni, amplificando il gesto silenzioso che tocca la sua materia.

Non si comparano, con loro, solo due espressioni artistiche ma pure due generazioni distinte, due storie lontane che, oggi quando più che mai se ne ha bisogno, si avvicinano attuando un auspicato dialogo generazionale, vissuto e sentito, partendo dalla poesia e offerto nei modi diversi della pittura. Questo certamente è uno degli aspetti di maggior pregio: saper allargare lo spazio del sentimento e della visione accogliendo anche lo spunto dell’altro. In controtendenza rispetto all’individualismo dilagante nel sistema dell’arte, triste specchio, per altro, della società attuale. Un fatto di principio che Milo e Bonfanti, il vecchio e il giovane, hanno ben recepito e che, con il letterato Marcello Rossetti, nelle pagine seguenti, con le loro opere-intervento ci dimostrano e documentano. 

Nessuno dei tre fa nulla di sconcertantemente nuovo, niente di particolarmente innovativo, non fosse altro che tutti e tre riescono ancora a comprendere il valore del dialogo e della comunicazione a livello superiore, perché tutta calata nella dimensione interiore, intellettiva ed intima, che il ricorso solo all’arte riesce a sollecitare e infondere. Ricorrono, quindi, all’incanto del vivere passionalmente l’arte per imprimerle uno specifico, vero ed autentico, valore inter-agente e inter-relazionale.

In questa sensibilità promossa dagli artisti, anche chi legge e guarda riesce a trovare uno spazio di autonomia nell’incontro. Recupera un ruolo da co-protagonista, con cui identificare, e magari ritrovare, il sé individuale. In questo senso, il progetto di questa mostra itinerante ha il merito del confronto: non solamente tra i linguaggi differenti degli artisti coinvolti, ma anche nella possibilità di proporlo e inventarlo in una notevole quantità di situazioni diverse. Sono proprio i contesti eterogenei della presentazione della mostra (da qui al 2014), anche lontani dalle consuete situazioni di gallerie o musei, a permettere alle opere di offrirsi ad un altrettanto vario pubblico. In questa diffusione allargata l’arte riesce a farsi foriera di messaggi ampiamente ravvisabili e condivisibili.

Il vecchio e il giovane – e il poeta – aiutano a maturare una sensibilità che spesso si trascura portandoci a svelare lo sguardo oltre la visione circostanziata dell’attimo. Ci spingono avanti, oltre il confine del mistero del visibile. Non resta che augurare loro buona fortuna per il grand tour che li attende. Un lungo viaggio, di cui oggi sosteniamo ed incoraggiamo l’inizio, ma che, già fermamente sappiamo, andrà ben oltre la data finale della sua chiusura.

Il loro sguardo, ne sono certo, continuerà a tradursi in altre nuove opere, insistendo sul moto di una ricerca che non si fa bastare le proprie conquiste e rimane pronta ad aprire sempre lo spazio magico e sconosciuto della significazione del sentire e del vedere. Andranno – e stanno andando – ben oltre, gli artisti, la limitata temporalità di questo considerevole progetto.

Matteo Galbiati

Settembre-Ottobre 2011