IN BILICO - di Alessia Barzaghi

In Bilico - di alessia barzaghi

Ci sono persone che sentono l’urgenza di comunicare, di esprimere, di condividere. Alcune di loro scoprono la vocazione dell’arte e, da autodidatte, iniziano a sperimentare le diverse forme di espressione artistica. L’autodidatta può essere una figura estremamente controversa. Il pericolo maggiore è che si senta precocemente “arrivato” per l’assenza di una formazione accademica alle spalle, e di un reale confronto critico. In molti si chiamano artisti. Ansia definitoria forse, magia dello status. Troppo semplice però. Luca Bonfanti lo sa bene. Autodidatta, si è cimentato in primis nella fotografia, che per un certo arco di tempo è stata la sua professione, e poi nella pittura e nella scultura. Lo ha fatto con slancio ma soprattutto con l’umiltà di chi procede a piccoli passi, osserva, ascolta, impara. Ha cercato maestri e dialogato con artisti per misurarsi e assimilare, rendendo gli incontri della sua vita il terreno di prova della sua arte. Uno studio e una ricerca che non si sono mai interrotti, e proseguono ancora con la curiosità di chi vuole conoscere e crescere.  Uno studio-bottega il suo, laboratorio di idee e creazioni.

Partito da suggestioni alla Fontana, indirizzate però verso uno spazialismo intimo, dove l’ipotesi della terza dimensione diventa proiezione interna anziché esterna, focalizzazione dei cortocircuiti e delle sinapsi intime e personali, si fa poi sedurre dall’informale anche tramite la lezione dei pittori Pier Antonio Verga e Alessandro Savelli. Abbandonati i tagli, le trame di nervi, il tessuto cicatriziale, scopre un’altra pittura. Sarà l’MDF (medium density fibreboard, pannello di fibra a media densità) il supporto che gli darà maggiori soddisfazioni.

“Tecnica mista” non è solo una definizione riassuntiva, ma una fedele descrizione del suo lavoro: pigmenti, vernici, cere, pastelli e gessetti, più di rado olii e acrilici. L’effetto visivo si dissocia da quello tattile. La morbida pastosità della cera lusinga l’occhio, le superfici lisce ricordano il porcellanato. La materia conserva alcune delle sue asperità, perché densa, stratificata, risultato di sovrapposizioni successive, sofferta. Gli sfondi si liquefanno in pennellate lunghe e trasversali, o impalpabilmente fumose, teatro di apparizioni impreviste.

D.U.S. è il tema che da alcuni anni Bonfanti indaga: destino, uomo, solitudine. Dipinti come domande sorde, nessuna risposta a soddisfarle, solo la certezza di non sapere e la consapevolezza della necessità dell’indagine.

All’inizio qualche presenza, un albero, una montagna, la luna, un’ancora di riconoscibilità a un paesaggio sempre meno fisico e sempre più onirico. Forma di una visione, incarnazione di un dubbio. Un dialogo tra terra e cielo, due luoghi e due dimensioni che si toccano, ancora senza fondersi. Ma la terra nel tempo si ritira a lembo sottile, crinale di un’esistenza via via più sospesa. Aumentano le domande e moltiplicano le incertezze. Il destino forse è segnato ma nessuno di noi lo conosce. L’uomo gioca a mosca cieca con la sua stessa vita, cammina con un foglio di via di cui non è in grado di leggere la destinazione.

Bonfanti racconta l’uomo di fronte al suo destino, il sentimento di solitudine che lo pervade. Tutto è quiete e contemplazione. Scruta la mappa del cielo in cerca della luce del suo navigare, ma trova solo silenzio. Il destino del singolo sono pochi attimi di un tempo immutabile, di cui nei quadri di Luca percepiamo il suono, ingombrante, ovattato come quello di un oggetto che cade sulla sabbia. Un frammento di percorso che è tassello indispensabile del destino universale, minuscolo certo, ma non insignificante; misterioso, ma dotato di senso. Non c’è inquietudine, ma muta attesa. Quello che Bonfanti cattura è l’attimo di pausa che precede la risposta. E lo eternizza. 

Nei suoi paesaggi mentali le leggi fisiche non sussistono, le coordinate spazio-temporali decadono. Questi non-luoghi sono l’altrove in cui l’uomo è essenza prima che apparenza, sostanza che appartiene all’assoluto dell’universo. Non dipinge mai uomini fatti e finiti, ma grumi di materia, nuclei amorfi sul punto di essere modellati dagli eventi, dalle esperienze, dalle occasioni. Una panoramica sull’indistinto che ha in nuce ogni identità.   

Due entità contrapposte, due presenze nel vuoto di uno scenario costruito da una scarna linea di terra e una porzione di cielo. Un dualismo che recita quello dell’universo e delle sue forze. Due virgole di colore appena accennate, sottili, fragili, ma caratterizzate da una cromia che spicca sui bruni terragni, i blu intensi, i verdi ricercati e i bianchi sporchi che suolo e aria si scambiano complici. Due luci che si osservano oblique e dialogano con lo sguardo. Parole possibili e impronunciabili. Parole che solo l’anima può cogliere. È un sentire di sensi, l’empatia dell’uomo con il creato e il suo creatore.

L’autore procede su un terreno scivoloso con abilità funambolica. Non sentenzia, si limita a registrare i mille quesiti che l’uomo si pone sul senso del suo essere e del suo esistere, l’interrogativo che ci sia altro al di là del tangibile. Forse il suo interlocutore non è esterno, ma semplicemente una parte di sé. E allora i suoi dipinti si risolvono in un intimo soliloquio sulle incognite dell’esistenza, sui suoi perché.

Corpi al pari di masse voluminose, come pietre. Sorprendente la prospettiva in cui sono colti: sul punto di rotolare giù. Ancora una volta un’immagine catturata nell’attimo prima del suo compimento. Siamo sull’orlo del precipizio, ma non c’è caduta. Tutta la pittura di Bonfanti è giocata su una sottile armonia di equilibri precari e minimali simmetrie. È forse questa la chiave dell’esistenza. In bilico.

A volte cielo e terra si confondono, dissolvendosi. Le figure galleggiano, trasformate in forme di vita primarie. Quasi una discesa nella struttura stessa della materia quindi, per scoprirne l’insondabile leggerezza. Si affaccia con un'altra angolazione alla tematica esistenziale, e ancora una volta tace soluzioni azzardate per lasciare spazio alla ricerca. Una riflessione sul mistero della vita, il caos ordinato della creazione che si fa caso, gioco di variabili.

Emozionano i quadri di Luca per l’intimità in cui ci avvolgono, improvvisi spettatori di un tête-à-tête tra l’artista e il suo io più profondo. Una pittura estremamente personale dunque, in cui il carattere vivace e dinamico dell’artista sembra distendersi. Un respiro che segna una pausa, un punto e virgola tra un gesto e una parola. Una tregua, ma solo per un attimo. Il colore ha già fatto un passo avanti, all’inseguimento dei pensieri in fuga rapida. Strati e strati di materia, inizi, ripensamenti, una stesura e poi un’altra, che inevitabilmente si amalgamano. Tutto è spurio e in divenire, difficile chiudere un’opera, difficile arrivare al compimento. E poi ci sono le ultime idee che spingono a percorrere nuove vie. La scultura è un background che non si dimentica, tanto da indurlo a scavare il supporto in legno. Corpi che diventano piccoli bassorilievi, un contrappunto ruvido alla superficie piana del quadro, un’asperità tangibile che genera movimento.

Di recente ha fatto la sua comparsa una forma di uomo stilizzato. Due corpi collegati da un incrocio di linee ondulate, l’uno dà stabilità all’altro, aereo, fluttuante nel nulla. Una rappresentazione semplice, con un che di familiare: un lontano ricordo di Mirò forse, e ancor di più dell’autenticità dei disegni infantili, in grado di catturare il nocciolo della questione, così come Luca intende, con sincerità, scendere dritto al cuore delle cose.

Alessia Barzaghi